Forse.

<<Ha già scelto signorina?>>

Si adagiava, in un lago di fango. Attendeva i suoi sudori asciugarsi ai respiri del vento e  i suoi capelli disperdersi, ciocca per ciocca, nei riflessi opachi delle prime nebbie.  Le folte chiome si diradavano al passare dei giorni e l’autunno mostrava le sue precoci calvizie. Aveva gli occhi sporchi.

I gambi lunghi dei fiori si flettevano, ora verso il basso, ora verso l’alto, sotto le brezze voraci delle tempeste. Come dita affusolate, calcavano nella terra le loro orme e rappresentavano i suoni. La valle, come un diaframma, si contraeva e manteneva fissi i crepitii del tempo. L’aria si riempiva di melodie immaginate. Come spazzole, ogni nota le toglieva qualcosa. Sentiva  i sensi sgretolarsi, articolarsi nei giri di do.  Le venuzze opache, come pentagrammi, pulsavano al tatto sul polso magro, leggere leggere. Una profonda inspirazione, ispirazione,  le allungò la schiena e, mentre tutto si disperdeva, ebbe un vuoto di memoria. Protese le braccia in avanti, con i palmi rivolti verso il basso. Sembrava chiedere alla terra sudicia l’elemosina, invece prese a suonarla, come i gambi dei fiori sotto le brezze voraci.

Come cerchi nel grano, la musica immaginata girava girava girava girava, bagnata fino al collo. Reggendosi i lembi dello strascico, volteggiava, onda dopo onda e si spezzettava in tanti piccoli cerchi, quando distratta, si imbatteva in una sua anima gemella. Dita dopo dita, le unghie mordevano  le sabbie mobili. Gettò gli occhi dietro al sipario delle palpebre e iniziò lo spettacolo della sua rabbia.

Imparò, colpendo,  che ogni cosa ha il suo rumore e che sequenze di frastuoni riproducono frustrazioni in suoni. Si liberò, così, dei rancori, dei cattivi odori, dei pallori. Fili d’erba in brandelli. Piogge leggere dai solchi delle narici. Occhi appannati dai vapori del pianto. Guance gonfie di voci. Orecchie mute. Alberi calvi. Bolle di ovatta tra le crepe del cielo. Mosche e ronzii. Polvere.  Sassi di sasso.

Si esibiva nel concerto delle sue riflessioni e tutto si specchiava in lei, come lei si specchiava in tutto. Colpo di spazzola dopo colpo di spazzola, i tormenti le piovevano giù dai bulbi come pidocchi. Sbattevano per terra e filavano via seguendo l’odore di nuove carni. Tuonava. Aveva gli occhi sporchi. Ma suonava.

<<Forse.>>

 

Alessia Murgi

Foto di Luca Corradi

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