Il primo bagno fu una gioia dei sensi

Romina Zanon, Stasi, Locomotiv

Il primo bagno fu una gioia dei sensi. L’acqua cristallina era una pennellata d’azzurro limpido che lasciava mostrare pesci variopinti di ogni dimensione che sembravano danzare su generi musicali e ritmi diversi. L’acqua dell’oceano all’equatore non è fresca, ti avvolge tiepida ma la sensazione di piacere nel galleggiare sopra il paradiso ti fa dimenticare di essere in un brodo.

Chiudere gli occhi e abbandonarsi, lasciar fluttuare il corpo come la mente, sentire il proprio respiro calmo, profondo che dilata il torace che gonfiandosi e sgonfiandosi d’aria solleva e abbassa il nostro corpo sull’acqua senza sforzo. Non sentire nessun peso, tutto è un equilibrio perfetto: la forza che si dà e quella che si riceve. I suoni ovattati e lentissimi. Una pace sensoriale che diventa pace interiore.

La dolce culla materna delle onde del mare ci fa tornare bambini nei pensieri: semplici, innocenti, leggeri. L’acqua ci fa sentire protetti, ci avvolge in ogni centimetro di pelle, ma allo stesso tempo ci lascia liberi di andare, di scivolare su di essa affidandoci più alla tecnica che alla forza.

Allungare le mani fino al limite e trovare l’acqua come appiglio che non ha la tenuta per farti aggrappare, ma che si sposta al tuo tocco e la tua spinta muove tutto il resto del corpo che segue scivolando le tue mani e le tue braccia, lasciando ai piedi e le gambe, il più delle volte un ruolo di supporto. La testa che ospita naso e bocca, i nostri tunnel per respirare è costretta ad una continua alternanza tra dentro e fuori, sopra e sotto la superficie dell’acqua. Solo nel dorso non è così, quello è lo stile dei sognatori perché guardi il cielo e non vedi dove stai andando. Negli altri stili invece affondi e riemergi e la tua testa può essere stantuffo (nella rana), un ariete che va dritto contro lo specchio dell’acqua senza trovare resistenza (nel delfino), oppure oscillante da una parte sola o entrambe per il tempo esatto di un respiro (nello stile libero). Poi andare giù in apnea per osservare meglio il fondale, tentare l’impresa impossibile di seguire i pesci e afferrarli con le mani., sorridere di gioia e meraviglia di fronte a tanta bellezza colorata e pacifica della quale ci dimentichiamo non immergendoci spesso. Tutta colpa della nostra ostinata voglia di vivere sulla terra, sulla superficie e invece spesso è necessario e vitale andare in profondità, spingersi anche negli anfratti più misteriosi.

 

Michele Salvioli

 

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